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Possiamo scegliere tra tantissimi pesaresi famosi in tutto il mondo, basta ricordare Rizzortolani, il poeta Gianni Delia che ha portato con i suoi versi la bellezza in tutti gli angoli del mondo, il famoso compositore Gioacchino Rossini, l'imprenditore Tonino Benelli, Scevola Mariotti, il professore numero uno per il latino, Molaroni, Sauros Cavolini, la famosa cantante Renata Tebaldi, e di tutti questi pesaresi famosi, più quelli che sono famosi oggi, che in tutto il mondo portano il nome della città nei vari angoli del pianeta, possiamo oggi parlare, invece io comincerei, da una tragedia storica, quella del 1956 a Marsinella, in cui morirono tanti minatori, 136 italiani, 60 abruzzesi, 13 marchigiani, di cui moltissimi di pesaro. Alla loro memoria, quindi alla memoria di Sisto Antonini di Monte Ciccardo, che lasciò moglie e tre figli, di Giovanni Bianconi di Nova Feltria, lui celibe, di Edo Dionigi di Colbordolo, anche lui aveva moglie e due figli, Antonio Gabrielli Casteldelci, lui celibe, Antonio Molari di Sant'Agata Feltria, celibe anche lui, Alvaro Palazzi di Monte Ciccardo, che lasciò moglie e due figli, Giuseppe Righetti di Pesaro, anche lui sposato con tre figli, Filippo Talamelli di Fano, che di figli ne lasciò quattro, e Giulio Pierani di Petriano, con moglie e un figlio. Ecco, alla memoria di queste vittime di Marsinella nel 1956 è dedicato questo podcast. Da qui cominceremo a parlare di Pesaro nel mondo. Ora abbiamo con noi ospite Luigi Petruzzellis, che è uno studioso dell'emigrazione, nonché direttore del Polo Museale di Recanati e del Museo dell'Emigrazione, una vera e propria eccellenza a livello italiano e mondiale. Da questa radio, Radici 22, Emigrastorie, che è stata fondata in collaborazione con il Museo dell'Emigrazione, faremo una chiacchierata sul discorso di Marsinella e dei pesaresi e marchigiani che sono morti infaustamente in quell'occasione. Che ricordo c'è oggi di Marsinella, Luigi? Intanto buongiorno. C'è un ricordo, per fortuna, ancora molto forte e molto vivo, tant'è che ogni anno, nella ricorrenza della tragedia, si muovono le massime autorità dello Stato. Più volte il presidente Mattarella si è recato, come si dice, in loco a celebrare il sacrificio di quei tanti italiani deceduti. Sono una piccola parte, in realtà, perché ci sono state molte tragedie, anche con numeri molto più elevati, come per esempio Mononga negli Stati Uniti. È una strage silenziosa che continua ancora oggi, perché il lavoro in miniera comporta una serie di conseguenze a livello fisico per chi poi svolge questo mestiere, che molto spesso porta a una morte prematura. In museo abbiamo purtroppo tante testimonianze, quindi direi che il ricordo è ancora molto vivo ed è molto vivo anche da parte dei figli, dei parenti, di quelle persone che sono andate a lavorare in miniera. L'8 agosto è ormai ufficialmente la giornata nazionale del sacrificio del lavoro italiano nel mondo. Marsinella è ora luogo dell'UNESCO, però i problemi sussistono ancora a distanza di tanti anni, ormai 60. Come si suol dire, la storia servirebbe a non ripetere gli stessi errori, purtroppo sappiamo che molto spesso non è così. In quel caso ci fu un accordo nel 1946 in protocollo italo-belga, il famigerato accordo uomo-carbone, per cui l'Italia esportava letteralmente mano d'opera che sarebbe andata a finire chilometri sotto terra in miniera per estrarre il carbone, che sarebbe poi servito in patria a finanziare lo sviluppo dopo la distruzione della seconda guerra mondiale. Fu una scelta politica all'epoca scellerata che poi ha comportato le conseguenze che oggi conosciamo molto bene. Pesaro ha avuto un numero di vittime superiore alle altre parti delle Marche, perché avevamo all'epoca terra di minatori, avevamo per esempio la famosa Cabernardi, la Cava, dove ci furono tante volte le proteste, degli scioperi, ma perché andavano via e portavano via anche le famiglie, soprattutto perché emigravano in così grande numero in quegli anni? Intanto ci fu una crisi del settore minerario nelle Marche e soprattutto il nord delle Marche era interessato dal lavoro in miniera, perciò si iniziò a partire perché poi queste professionalità erano molto richieste e molto apprezzate. Io farei un ragionamento a monte sul numero di morti, che è un numero importante perché questi 13 morti marchigiani ci danno il senso dell'ampiezza del fenomeno migratorio in una regione piccola come sono le Marche. Sui 136 italiani, 13 marchigiani è un numero spropositato rispetto a regioni grandissime come il Piemonte, come la Lombardia, come il Veneto, come la Calabria, la Campania, la Sicilia. Questo dato grezzo ci fa capire quando in realtà fosse radicata l'emigrazione in quel periodo. I minatori furono una delle categorie che partì più numericamente, parlando diciamo più forte, non solo nel distretto minerario del nord Europa, ma non dimentichiamoci anche gli Stati Uniti. Per dire, mi viene in mente nel museo dedicato al tenore Beniamino Gigli, che è un simbolo dell'emigrazione italiana, recanatese, è emigrato anche lui stesso. I minatori di Screnton, i minatori marchigiani, gli avevano realizzato con la roccia estratta uno scrittorio. Gli avevano fatto omaggio, quindi questo ci sta comunque a significare anche l'attaccamento che avevano nei confronti della propria terra di origine. Chi partiva non lo faceva mai con leggerezza, si partiva sempre contro voglio, soprattutto se poi ci si portava la propria famiglia. Ovviamente si partiva per cercare condizioni migliori che spesso non si sono poi trovate. Ma poi ci sono testimonianze, ecco ne leggo una a caso, ma testimonianze di come vivevano male appena emigravano. Dice come vi accolsero i belgi allora? Risposta, male, anzi malissimo, ci sputavano in faccia, ci accusavano di essere fascisti, ci accomunavano i tedeschi che durante la guerra qui ne hanno combinate parecchie. Per anni non siamo potuti entrare nei bar, era vietato, fino a quando un italiano non ne ha aperto uno. Dormivamo in un ex lager tedesco, delle baracche ricoperte di lastre ondulate, quindi erano condizioni terribili. Credo che un ricordo alla memoria di questi eroi del lavoro vada fatta, non solo ai pesaresi, ma vada fatta anche ai marchigiani e anche a quegli abruzzesi, lo vogliamo ricordare, di Manopello, eletto Manopello, che furono decimati, cioè cittadine che furono decimate dai capi famiglia, addirittura 60 vittime nella tragedia di Marsinella. Sì, tragedie minerarie, ripeto, anche negli Stati Uniti ce ne sono state tantissime, anche molto più impattanti a livello di numeri, in Mononga si parla di più di mille morti, molti di questi erano italiani, senza contare poi le tante tragedie del tutto ignote. Comunque volevo anche dare un aspetto positivo, perché sì, è vero, l'accoglienza in Belgio e in Lussemburgo non fu delle migliori, però poi piano piano le comunità di italiani si sono radicate e con il sacrificio, con il lavoro si sono anche fatte accettare. Io ho letto tempo fa un bellissimo libro che si chiama Il pallone e la miniera di Tonio Attino, che tra l'altro riporta anche testimonianze di diversi emigrati marchigiani del nord delle Marche, e racconta che dopo il duro lavoro in miniera andavano molto spesso nei circoli fondati dagli italiani e dai marchigiani e hanno creato anche delle squadre di calcio che disputavano campionati e che hanno ottenuto anche qualche discreto risultato, quindi hanno portato in qualche modo l'Italia e la marchigianità all'estero e l'hanno fatta valere. Di quegli anni di Marsinella è rimasto un unico supestite fanese, si chiama Urbano Ciacci e ci riproponiamo di intervistarlo quanto prima, speriamo o di trovarlo di persona oppure con un collegamento radio. Assolutamente. Ringraziamo Luigi Petruzzellis. Grazie a voi. E continueremo appunto su questi ricordi della nostra storia che non vanno dimenticati.