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Scolpire le origini. Un artista sardo a Berlino

Sono un emigrato di lunga data, circa venticinque anni, e in questo momento produco scultura a Berlino. Sono partito dalla Sardegna nel 2002.

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Scolpire le origini. Un artista sardo a Berlino
Scolpire le origini. Un artista sardo a Berlino
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Sono un emigrato di lunga data, circa venticinque anni, e in questo momento produco scultura a Berlino. Sono partito dalla Sardegna nel 2002. Dopo aver conseguito una laurea in Scienze Politiche, con una tesi sul Popolo di Seattle, mi sono trasferito a Parigi, dove ho continuato i miei studi e le mie ricerche in pittura e arte. Dopo un breve tirocinio all’Ente Lirico di Cagliari, nell’ufficio stampa, ho deciso di trasferirmi definitivamente a Parigi. Una decisione in parte giustificata dalla convinzione intima che non avrei avuto una lunga vita, convinzione forse dettata dall’urgenza, da una necessità inconscia di ripartire. Ho cominciato a dipingere all’età di sette anni e ho continuato fino ai trenta; dopo di allora la mia pratica artistica si è fatta più eterogenea.

Provengo da un background sociale forse atipico. Mio padre non era propriamente né un artigiano né un operaio. Aveva i suoi operai e un piccolo capitale di attrezzi e ponteggi, pur rimanendo dipendente da commesse e lavori sempre intermittenti. Oggi lo definirebbero un imprenditore edile; all’epoca era semplicemente un muratore. Mia madre, dai mille mestieri, è stata principalmente casalinga. Con i miei due fratelli siamo cresciuti in una vecchia e grande casa campidanese nel centro del paese. La casa appartiene da cinque generazioni alla famiglia di mia madre. Esisteva dunque ancora un contesto, anche architettonico, da proprietari terrieri in declino.

La casa, soprattutto grazie a mia madre, continuava a produrre. Olio, carne, uova, zafferano, vestiti su misura, piante ed erbe di ogni genere, piume per cuscini, limoni, melagrane, arance, conserve, marmellate. Una produzione ormai molto lontana dai fasti di quando il nonno materno gestiva terreni e affari e i carri entravano dal portone per scaricare grano, olive, botti di vino e molto altro. 

La famiglia di mia madre era segnata dalla tragica scomparsa prematura di mia nonna, di sua sorella, seconda moglie di mio nonno, e poi di mio nonno negli anni Sessanta. Un cuore indebolito dopo la campagna fascista in Etiopia, un’infiammazione alle ossa curata con un rito di guarigione sardo fatto di erbe e fumi, tre matrimoni, cinque figli: tutto questo lascia segni per generazioni. La famiglia materna si è dispersa dopo la morte del patriarca; due zie sono emigrate e il centro di quel mondo economico e sociale, che era la casa campidanese, ha lentamente smesso di funzionare. 

Quando eravamo piccoli la casa era abitata anche dai fantasmi delle generazioni che ci avevano vissuto prima di noi, da uno zio materno, da galli e galline, un cavallo, conigli, una scrofa, oche, anatre, criceti, tartarughe, gatti, cani e piccioni. La vita quotidiana era scandita da nascite e uccisioni di animali, dalla cruda preparazione sul tavolo della cucina, con smembramenti, spolpamenti, spellamenti, e dalle mille ricette di mia madre. Un’educazione affettiva verso gli animali, duramente saporita.

Le stanze della casa avevano, e hanno ancora, un nome. La stanza del grano, la stanza delle scarpe, la stanza di nonna, la stanza del servo, la stalla del cavallo. Tutte testimonianze di un passato ancora presente, stratificato nei muri, radicato nei mobili, nel solaio in legno, nelle fotografie e nei racconti di famiglia. Una ricchezza che avrei imparato ad apprezzare solo molto più tardi.

Gli anni erano scanditi anche da un trasferimento stagionale estivo: per quasi tre mesi, finita la scuola, ci trasferivamo in un casotto abusivo di circa trenta metri quadri nella marina di Arborea, alla “26”. Ricordo i lunghi scontrini della spesa al supermercato di Disario prima di partire ogni estate. Senza acqua corrente, senza luce, senza telefono, una comunità di centinaia di famiglie, provenienti dai paesi del Medio Campidano e dell’Oristanese, si ricostituiva ogni fine giugno. 

I mariti rimanevano in paese a lavorare, raggiungendo le famiglie solo nel fine settimana, portando viveri e disciplina. Una comunità a struttura matriarcale dominava durante tutta la settimana. Centinaia di bambini ogni mattina aprivano le porte dei casotti e si ritrovavano a trenta metri dal mare, saturo di iodio del golfo di Oristano. Gli aerei militari sfrecciavano, le esplosioni delle bombe degli addestramenti di Capo Frasca scandivano le giornate e noi giocavamo alla guerra semi nudi con palle marine, canne appuntite e trincee di poseidonia. 

Questo andirivieni gioioso e caotico di pescatori, raccoglitori e arrostitori abusivi è durato fino al 1987. I Righeira cantavano alla radio L’estate sta finendo quando il demanio ha imposto la distruzione dell’intero villaggio della “26”. Un sogno illegale della working class a trenta metri dal mare era terminato.

A Parigi ho continuato a esporre in diverse gallerie e spazi espositivi della città con una ricerca basata sull’immaginazione attiva, il collage e la pittura digitale. Non le ho contate, ma le mostre sono state numerose. Sono stati anni intensi di pittura quotidiana in atelier, amicizie, innamoramenti,  sperimentazioni tecniche e incontri intellettuali e di vita spettacolari. In parte si erano materializzate le ambizioni d’artista di un piccolo biddaio sardo. 

L’anacronistica e decisamente naïve visione della Bohème parigina si era concretamente realizzata, in maniera del tutto improbabile, in un’esperienza riccamente caotica e letteraria. Sicuramente una buona stella da qualche parte.

Tra il 2008 e il 2012 ho venduto, regalato o distrutto tutto quello che potevo di questo periodo di pittura a Parigi e in Sardegna. Non perché non mi piacesse ciò che avevo realizzato, ma perché credo che avesse un valore relativo alla ricerca che avrei continuato a Berlino. Ogni tanto è necessario fare pulizia. Dopo una residenza d’artista di sei mesi a Berlin Lichtenberg ho vissuto tra Berlino e Parigi tra il 2008 e il 2011. Alla fine ho deciso che Berlino offriva tutte le condizioni che cercavo per continuare la mia ricerca.

Dal 2009 abbiamo aperto con altri artisti lo spazio espositivo Work in Regress a Kreuzberg, poi WIR Gallery a Friedrichshain e, sempre a Friedrichshain, The Ecke Project, un progetto sulle relazioni tra arte contemporanea e neuroscienze sviluppato con decine di artisti, filosofi e neuroscienziati. Berlino, grazie a questa connessione tra discipline diverse e alla disponibilità alla collaborazione tra autori e ricercatori di campi differenti, è stata un playground sorprendente. Nei nostri spazi abbiamo esposto una generazione di artisti arrivati a Berlino da ogni parte del mondo, attratti dai bassi affitti e dai numerosi atelier. Condizioni che si sono rapidamente deteriorate con la gentrificazione berlinese dopo il 2010.

Insieme alla curatrice Giusy Sanna abbiamo iniziato quello che sarebbe diventato Empirical Survey on a Heritage, un progetto realizzato con il Sardisches Kulturzentrum di Berlino e la Regione Sardegna che per cinque anni ha prodotto mostre tra Berlino e la Sardegna, pubblicazioni, performance, residenze d’artista, concerti e molto altro. Tutte queste esperienze sono confluite in una pubblicazione e nell’omonima mostra al Grimm Museum di Berlino e al Lazzaretto di Cagliari.

Dopo il 2012 ho deciso di prendere un anno sabbatico di studio, senza esporre né produrre veramente. L’anno sabbatico sono diventati tre anni dedicati alla lettura e alla scrittura. Da questo periodo è emersa abbastanza spontaneamente una ricerca più concettuale. Potete seguirla qui: giovannicasu.com

Da circa dodici anni ho anche intrapreso un’attività di import-export di elementi di litio che mi permette di sostenere la mia attività artistica e affrontare i costi sempre più elevati della città di Berlino. Avendo conosciuto migliaia di artisti mi è parso subito evidente, sin dai tempi parigini, che arte e denaro fanno buon ménage principalmente se se ne hanno molti, e se di famiglia è ancora meglio. 

L’estate scorsa sono partito per una residenza in Giappone per svolgere una ricerca su come la cultura giapponese crea valore artistico. Ho trascorso due mesi là, per poi tornare in Sardegna per qualche settimana, come ogni buon emigrato. Più recentemente sono seguite altre esperienze di residenza. 

Tra le più significative quella a Monte Carlo, dove sono stato invitato in modo piuttosto rocambolesco come esperto dell’opera di Marcel Duchamp grazie al compositore sassarese Luciano Chessa e all’articolo A Dirty Job scritto per un magazine d’arte berlinese. Il mio intervento era legato alla ricerca sulla creazione del valore artistico, in particolare intorno alla sua opera Monte Carlo Bond del 1924.

Mi sono trovato così a dover presentare questa ricerca durante un talk davanti al Principe e alla Principessa di Monaco. Prima di iniziare la discussione, nella Salle Blanche del Casinò di Monte Carlo, si sono succedute due immagini inattese. Una collana in oro massiccio di una dei tanti invitati mi ha fatto ripensare a una vecchia gabbia per conigli che si trova ancora nella casa di mia madre. Dentro quella gabbia erano conservati alcuni carapaci delle centinaia di tartarughe di terra che per più di un secolo hanno abitato il cortiletto interno della casa. Ho ripensato a una vecchia scatola da scarpe in cartone degli anni Sessanta in cui mio zio ha accumulato ogni notte per vent’anni la cenere dell’ultima, pericolosa, sigaretta MS senza filtro della giornata. Alla sua morte dei gechi hanno trovato quel letto di cenere come un ottimo nido in cui deporre tre ovetti. Solo uno di questi si è aperto lasciando uno spettacolo plastico di morte e rinascita. 

In quel momento ho percepito con forza il contrasto tra quella scena fastosa e teatrale e le mie origini sociali. Era come se volessero partecipare anche loro a quel momento. Ho immaginato per un istante che quella vecchia gabbia potesse materializzarsi nella sala come una scultura, con la scatola delle scarpe, le uova, la cenere, le tartarughe. Non è accaduto, ma l’immagine mi è apparsa con grande chiarezza, come una manifestazione della mia sardità e delle potenze trasformative dell’arte. Ho respirato profondamente e mi sono presentato in francese. Mi chiamo Giovanni Casu, sono un artista contemporaneo sardo e sono molto felice di essere qui con voi.

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