TrascrizioneTrascrizione integrale
Ospite di Radio Radici Emigrastorie abbiamo Adrian Bravi, uno scrittore argentino di lingua italiana, nato a Buenos Aires, ma ormai italiano completamente. Da quando? Sì, dalla fine degli anni Ottanta, quindi più di 35 anni che abito qui in Italia. Uno scrittore a tutto tondo che è diventato, se mi concede, famoso con la candidatura al Premio Strega, con il suo masterpiece che è Adelaida, scritto l'anno scorso, nel 2024, ma Adelaida ha ottenuto altri riconoscimenti. Sì, ha vinto il Premio Comisso, ha vinto il Premio Basilicata, poi ha partecipato al Procida e ha avuto una menzione speciale al Premio Napoli. E qui proprio su Adelaida e su Adrian Bravi abbiamo due storie che ci interessano direttamente, due storie di migrazione e due racconti completamente interessanti. Ci vuoi dire, Adrian, qual è la tua vita, la tua origine? Nato in Argentina, ma da genitori italiani? Esatto, io sono nato in Argentina da genitori italiani, entrambi che erano emigrati dall'Italia quando erano piccoli, relativamente piccoli. Mia madre aveva circa otto anni e mio padre 11, più o meno, 12 anni. La famiglia di mio padre è delle Marche, mia nonna paterna era di Recanati, mio nonno paterno era di San Bucchetto, Sant'Igidio. Dopo è andato così che quando sono arrivati i Polacchi, mia zia, la sorella di mio padre, si era innamorata di un Polacco e il Polacco è rimasto qua, si sono sposati e hanno avuto un figlio piccolo. Quando questo bambino, che ormai è un adulto di più di 80 anni, aveva qualche mese, sono partiti per l'Argentina dove c'era un fratello di mio nonno, che non so per quale motivo era andato in Argentina quando aveva 15-17 anni da sorella, giovanissimo. E quindi mia zia emigra insieme al Polacco, l'ex soldato Polacco, e dopo un paio d'anni circa la raggiunge tutta la famiglia, cioè mio nonno, mia nonna e il resto della famiglia. E quindi poi mio padre cresce e fa la sua vita là, conosce mia madre che a sua volta dal Molise, un paese del Molise, Riccia per la precisione, provincia di Campobasso, era partito con i genitori insomma, partiti per l'Argentina. I miei genitori si conoscono là in Argentina, fanno la loro famiglia e io appunto alla fine degli anni 80 decido di fare il percorso inverso, il contrario. E dopo un paio di anni che io ero qua in Italia, sono ritornati anche loro, quindi praticamente i miei genitori hanno emigrato due volte, una per andare in Argentina e una seconda volta per tornare al loro paese di origine. Oggi Adrian hai 62 anni, 62 anni e ti sei laureato all'Università di Macerata in filosofia e lavori come bibliotecario presso, che significa presso la stessa università, che significa, che emozioni può dare fare il bibliotecario e uno scrittore specialmente, insomma vivi nel tuo mondo. Sì sì esatto, il lavoro di bibliotecario mi sento privilegiato a poter svolgere quel lavoro lì e in più poterlo fare in una biblioteca che io frequentavo da studente e mi fa molto piacere il fatto che conosco quella biblioteca come il palmo delle mie mani e quindi e per uno scrittore questo, sì significa, è importante, mi aiuta molto nella ricerca, i miei libri insomma partono sempre da una ricerca pressoché storica e quindi diciamo che questo lavoro mi permette di poter avere un po' sotto controllo la bibliografia. Ricordiamo qualche libro che hai scritto sin dal Restituiscimi il cappotto, che credo sia stato il primo o quasi. Quello è il primo che ho scritto in italiano, prima di quello c'è un altro che si chiama Rio Sause che è uscito nel 99 in Argentina, a Buenos Aires, quando io abitavo qua da già da 12 anni circa. E poi la pelusa, sud 1982, il riporto, l'albero e la vacca, l'inondazione fino insomma al levitatore che molti conoscono e al successo straordinario di Adelaida di cui parliamo in un podcast, a parte una storia drammatica e interessantissima insomma nel suo svolgimento. Quindi hai collaborato anche per riviste molto importanti e soprattutto hai scritto, mi è venuto in mente un saggio che si chiama La gelosia delle lingue in cui proprio parli del com'è scrivere in una lingua diversa da quella della nascita. Sì, al numero di libri che ho pubblicato si aggiunge un altro che è uscito alla fine di settembre che si chiama La nuotatrice notturna. Riguardo quel saggio lì, sì, è un saggio dove ho cercato di riflettere su che cosa significa scrivere alla luce di un'altra lingua che non sia quella propria. E quindi mi sono confrontato con autori che per diversi vecissitudini hanno cambiato lingua, ecco Nabokov, Beckett, Wilcock e tanti altri. Questo un po' per capire perché in fondo una lingua e sempre scrivere in un'altra lingua non significa usare un altro codice per esprimere un pensiero. La lingua non è solo comunicazione ma sono tante cose, è uno sguardo sul mondo e quindi ho cercato di riflettere su questo, sul che cosa significa scrivere in un'altra lingua. E tra l'altro per me l'italiano è una lingua, io la considero sempre, una lingua un po' senza infanzia perché tutte le mie parole appartengono a un'altra lingua. Però è una lingua che io ho appresso da grande, da adulto, perché l'ho imparato quando sono venuto qua in Italia. Oggi devo dire che predomina l'italiano sullo spagnolo, infatti i miei libri vengono tradotti nella mia lingua madre, quindi una cosa molto strana però funziona così. Tre libri, quattro che sono usciti in Argentina sono stati tradotti da traduttori. Pensi in italiano o in spagnolo? No io penso in italiano, ormai tutta la mia vita, la mia quotidianità si svolge in italiano e quindi l'italiano è la mia lingua anche dei pensieri. In generale non è una situazione diciamo fra virgolette privilegiata quella di aver vissuto due mondi? Sì, per certi aspetti sì, io mi sento un po' come dire uno strabico che con un occhio guarda da una parte e con l'altro dall'altra, con un occhio guarda la mia cultura argentina che non voglio mai abbandonare e l'altra guarda la cultura, la letteratura soprattutto italiana che mi interessa molto e quindi sono di una parte un privilegio, si perde e si guadagnano molte cose scrivere in un'altra lingua. Comunque io in passato mi sentivo al sicuro in una lingua, io non ho più la sicurezza di una lingua perché nella mia lingua madre appunto ormai che la pratico molto poco ho qualche difficoltà diciamo o qualche errore grammaticale o anche di pronuncia e la stessa cosa mi succede con l'italiano quindi mi trovo in una situazione in cui non ho più la sicurezza di una lingua. Sei nella terra di nessuno, cioè degli scrittori. Esatto, esatto. Sottotitoli creati dalla comunità Amara.org