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Con noi oggi a Radio 22 Radici Emigrastorie abbiamo Giuseppe Sommario, che non è solo prof all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, ma è un personaggio veramente culturalmente poliedrico. Si occupa dei fenomeni migratori, di storia linguistica del cinema e del teatro e di tradizioni linguistiche e culturali della Calabria e tanto altro. Come si inserisce questo fattore culturale nel discorso dell'emigrazione? Intanto ben trovati a tutti i nostri ascoltatori, si inserisce, diciamo, a gamba tesa, perché intanto possiamo... tu mi stai provocando, perché possiamo parlare di una doppia negazione, di una doppia marginalità, perché parliamo di cultura e di emigrazione, che sostanzialmente nei nostri giorni in Italia sono due sconosciuti. La cultura, per fortuna, più di recente ha subito quest'onda. L'emigrazione è da sempre. La nostra storia nazionale, la nostra storia dell'emigrazione nazionale, non è mai stata raccontata, non è al centro, non si studia bene a scuola, non so, sfido chiunque a dirmi come, quando hanno studiato bene a scuola l'emigrazione, non ci sono sezioni nelle nostre librerie, quindi non è al centro dei dibattiti pubblici e mediatici. Quindi studiare, io mi racconto il mio episodio personale, che tutti noi abbiamo storie di emigrazione in famiglia, però nessuno di noi, penso pochi, abbiamo la consapevolezza di quello che è stato questo fenomeno per l'Italia e non solo dal punto di vista economico ma anche culturale, ne parlava anche De Mauro. Quindi il mio interesse, oltre che un interesse storico, antropologico, è proprio un interesse culturale, perché penso che sia quasi un atto di giustizia, un atto di resistenza. Oggi parleremo di resistenza, cioè raccontare la nostra storia di emigrazione è un modo per preservare la memoria, raccontarle, rendere giustizia a chi è partito, a chi non è mai arrivato, ed è un atto intellettuale necessario in questo momento. O di restanza, come diceva Vito Tete. Restanza e ritornanza, diciamo, hanno molte cose in comune. Siamo qua dentro a un luogo dell'emigrazione, in un museo dell'emigrazione, e lo dirò oggi pomeriggio nel nostro incontro, i musei dell'emigrazione sono grandissimi, un magnifico, meraviglioso atto di restanza, cioè aiutano a risignificare, a ridisegnare il significato di questi luoghi, dandogli una nuova vita, una nuova prospettiva, c'è assolutamente. Giuseppe, ci siamo dimenticati del nostro passato? Della miseria, dei successi, ma anche della miseria? Beh, io non so darmi una spiegazione, però temo proprio di sì, temo che la tendenza generale sia proprio quella di non preservare niente, cioè quella di renderci tutti uguali, di azzerare il pensiero critico, perché ricordare, fare memoria del passato significa anche sapere chi siamo, sapere cosa anche vorremmo essere, significa in qualche modo renderci tutti uguali e questo penso che è molto grave, diciamo che tanti paesi, tutti i paesi hanno la storia nostra, tradizione, cultura, però l'Italia, non lo so se lo faccio per vanteria, forse qualcosa in più, il fatto che l'Italia perda memoria, perda storia, non dia importanza alla cultura, quando dovrebbe essere solo cultura l'Italia, dovrebbe essere solo memoria, cioè penso che sia un fatto grave. Ti faccio una provocazione, nostalgia e oblio dovrebbero essere due cose antitetiche, invece viviamo che c'è nostalgia, ma c'è anche oblio del passato, com'è possibile? Ti stai proprio provocando, cioè nel senso che è possibile, è uno simoro, è una contraddizione apparente, la che tu giustamente solleciti, la nostalgia per molto tempo è stato anche lo stigma degli nostri immigranti, nostalgico per molto tempo ha un'eccezione assolutamente negativa, però ci sono delle linee di studi recenti, per cui la nostalgia non declina, non deriva, non scivola inevitabilmente nell'oblio, la nostalgia può essere un sentimento, a parte che era una malattia, un sentimento che ci proietta nel futuro, come dice Enrico De Luca, provare la nostalgia per qualcuno o per qualcosa significa riportarlo alla presenza ed è questo che dobbiamo fare, un po' come tu sai ricordarlo, ricordare etimologicamente significa riportare al cuore, è questo che forse abbiamo poco cuore oggi. Il tuo dottorato è stato sul contratto culturale tra Calabria, Argentina e Canada e vogliamo dire cosa hanno in comune per esempio, per fare un esempio su uno studio che hai fatto. Beh parlavo, mi piace ricordare qui il cocolice, cioè che è la lingua che parlavano i nostri primi migranti, noi siamo stati a lungo un paese di altofono, scarsamente alfabetizzato, quindi i nostri primi migranti quando partivano e arrivavano in Argentina, che è il paese che per lungo tempo l'ha fatta da padrona, dove dal punto di vista dell'incidenza della popolazione, insomma gli italiani rappresentano il 65%, quindi quando sono arrivati in Argentina e in tutti gli altri paesi, non parlando la lingua del luogo, ma non parlando neanche l'italiano, che cosa hanno fatto? Hanno ibridato quelle che erano le lingue che più o meno conoscevano, creando delle vere e proprie lingue di sopravvivenza, una specie di ibrido, di meticciato e in Argentina in particolar modo la lingua con la quale veniva poi, parlavano gli italiani, era il cocolice, che viene da un fattorino calabrese che voleva dissimulare la sua origine, che è italiano, lavorava in un circo dei Fatelli Podestà genovesi e quando si presentava diceva io sogno Francisco Cocoliccio, quindi la gente rideva e rideva talmente che da questa lingua, da questo personaggio, per metonimi è stato creato una maschera comica, che è il cocolice, che è diventata la maschera comica più famosa di questo genere comico che si chiamava il seinette, che lo chiamano cicco, che è il genere piccolo, che ha fatto di Cocoliccio il personaggio protagonista più famoso dell'epoca, stiamo parlando di fine ottocento, inizio novecento, quindi io mi ricade in Argentina proprio perché occupandomi di come i dialetti vengono rappresentati al cinema e al teatro, erano sulla traccia di Cocoliccio, invece poi sono arrivato lì e sono stato sommerso dai due milioni di calabrodiscendenti, cioè ancora tutt'oggi ci sto sotto, no, ci sto sotto, per cui a un certo punto poi ha preso più una piega antropologica, quando questa signora anziana che adesso non c'è più, salutandomi sull'uscio di casa, nella periferia di Buenos Aires, mi disse in dialetto calabrese, Mo que ti navara casa, un discordare noi. Se non sbaglio sei anche, hai creato il festival delle spartenze, di che si tratta, dove, a luogo e raccontalo un po' ai radioascoltatori. Quasi dieci anni fa, diciamo dieci anni fa per l'esattezza, quest'anno ce ne abbiamo un decennale, proprio in seguito alle mie ricerche, ai convegni, un po' riflettevole sul fatto che di fatto non ci sono manifestazioni importanti su questo che è un tratto distintivo della nostra storia nazionale, allora siccome la mia formazione, come tu hai detto, viene anche dal cinema, quindi ho frequentato i festival, ho animato molte stati, il cartellone culturale, brutta parola culturale, di alcune iniziative, ho pensato di creare un festival in Calabria, a Paludi, che è il mio paese, ma è anche il comune con la più alta percentuale, in cui l'immigrazione incide con un tasso del 260% e passa, che è la più alta percentuale in Calabria, per i comuni sotto i 5.000 abitanti, quindi varie coincidenze hanno fatto sì che creassimo questo festival, l'abbiamo chiamato piccolo festival delle spartenze, il termine, la terminologia, ci piace molto il termine perché spartenza porta già, già ci indica il partire, spartire significa dividere, che è quello che ha fatto l'immigrazione, ha creato questa frattura, questa scissione tra partiti e rimasti, ma nello stesso tempo, questo ci piace, spartire significa anche condividere, era quello che noi vogliamo fare, condividere storie di emigrazione, se vogliamo spartire nella nostra accessione significa dividere per condividere, riunirci a un livello più profondo e per questo da dieci anni facciamo il piccolo festival delle spartenze, all'interno abbiamo la notte dei ricercatori italiani nel mondo, una giornata dedicata agli imprenditori, un campus a sud che mette insieme giovani, iterodiscendenti e giovani provenienti dalle nostre università, insomma, nel corso degli secoli abbiamo ospitato anche varie storie.