VOCI IN VIAGGIO · EP 11

Voci in viaggio Ep11:Cronista d'assalto negli Stati Uniti. Intervista a Iacopo Luzi

Un giornalista marchigiano racconta l'America di Trump dall'interno: la chiusura di Voice of America, il 6 gennaio al Campidoglio e la libertà di stampa sotto pressione.

22 min · 8 gennaio 2026

Ascolta anche su

Iacopo Luzi, corrispondente dalla Casa Bianca per Sky TG24, La Stampa e ADNKronos, ripercorre dieci anni di carriera negli Stati Uniti: dalla Northwestern University di Chicago alle notti di guardia al Congresso il 6 gennaio 2021, fino alla chiusura di Voice of America per ordine di Trump. Radio 22 lo incontra per parlare di giornalismo sotto pressione politica, del futuro dell'informazione americana e del legame mai reciso con Fermo e le Marche.

Trascrizione

Trascrizione integrale

Iacopo Luzzi è un brillantissimo cronista che ha avuto il coraggio di trasferirsi da firma Città Natia ai Stati Uniti e attualmente è corrispondente Sky di G24 dalla capitale americana, da Washington, e segue le vicende, ormai è conosciuto ovunque. Come hai scelto questa direzione, Iacopo? L'unico problema è che in Italia il giornalismo vive una crisi esistenziale e soprattutto una crisi economica, quindi riuscire a campare con il giornalismo non è facile. Ho iniziato a guardarmi fuori dal paese natio anche perché io avevo fatto un'esperienza a Roma con un'agenzia che si chiama Inter Press Service che è affiliata con le Nazioni Unite e avevo visto come fuori dall'Italia il giornalismo comunque sia ancora aveva una sua dignità. Quindi ho iniziato a applicare, ho fatto il giornalista per anni, e poi ho iniziato a applicare a varie scuole di giornalismo negli Stati Uniti con la convinzione che non mi avrebbero mai preso. Invece arriva alla scuola di giornalismo della Northwestern University di Chicago che mi offre una borsa di studio che copriva praticamente quasi tutta la tassa universitaria e da lì il resto è storia. Dal 2015 mi sono trasferito negli Stati Uniti convinto che avrei fatto un anno di studi per poi tornare in Italia con tutto quello che avevo appreso. Io l'ho imparato a montare video, a fare i podcast, insomma una sorta di mega palestra. Con una puntatina a Gerusalemme mi sembra. Esatto perché da lì in poi dopo che avevo finito la scuola mi chiama il Times of Israel per offrirmi uno stage e io sono andato quindi quasi un anno a Times of Israel, in Gerusalemme, poi Tel Aviv. E lì diciamo che il Medio Oriente è un posto interessante dove raccontare storie. Poi però nel 2017 torno fisso negli Stati Uniti e riesco ad entrare a Voice of America. Ecco raccontaci l'esperienza molto interessante di Voice of America. Ok, Voice of America è questa agenzia creata nella seconda guerra mondiale dagli Stati Uniti come agenzia di un media, di un'agenzia stampa tipo lanza possiamo dire, per il governo degli Stati Uniti. E fino a marzo di quest'anno trasmetteva in quasi 50 lingue a una cosa come quasi un miliardo di persone in tutto il mondo fino a che il presidente Trump non l'ha sospesa per volontà presidenziale anche se in maniera illegale lo ha fatto. E otto anni ho trascorso Voice of America ma tutti penseranno c'era l'italiano. No, io parlo spagnolo, non è che lo parlassi così bene nel 2017 ma mi prendono comunque e con la promessa che avrei dovuto migliorare il mio spagnolo l'ho migliorato. Sono stato otto anni lì ma coprendo un po' di tutto da la Casa Bianca al congresso, agli uragani, ne ho coperti tre in Florida. Si parla di 600 licenziamenti su 1.300 giornalisti e tu stesso hai detto Trump ci ha chiuso. Qual è la motivazione di questo? Allora, ti faccio un esempio. Lui dice che Voice of America era troppo di sinistra, radicale, ma la sua convinzione era che Voice of America dovesse essere uno strumento di propaganda per lui. Quindi doveva essere un media pro-Trump, quanto è bello il presidente quanto è figo Donald Trump. E ovviamente Voice of America è sempre stato un media indipendente, addirittura c'è una legge che tutela Voice of America dalle ingerenze governative, se no non sarebbe credibile, sarebbe come l'agenzia di stampa cinese o Russia Today che non sono proprio indipendenti. E Trump nel primo mandato ha provato a chiuderci ma senza riuscirci perché è arrivato tardi. Ora con quattro anni di tempo è arrivato e a marzo ci ha chiuso. L'esempio che ti do, lui pubblicò un documento accusando per esempio una storia che avevo fatto io nel 2019 su dei migranti arrivati a Washington dal triangolo nord, quindi Salvador, Nicaragua, Honduras. Migranti transgender, secondo Trump, il fatto che noi abbiamo fatto una storia giornalistica su dei migranti transgender era radical left, radical, e quindi era una delle ragioni per cui dovevano chiuderci, nonostante fosse un pezzo giornalistico, una storia come tante altre. In realtà, Jacopo, com'è la comunicazione oggi in America? Perché noi la vediamo abbastanza chiusa dall'Europa, ma è così realmente? Allora, va detto che ancora oggi, nonostante Trump, i giornali, i media, quando vogliono fare giornalismo hanno ancora le capacità. Però, va detto che da quando è tornato Donald Trump c'è anche un timore, una paura. Per esempio, 60 Minutes, questo weekend, è l'ultimo caso, ha bloccato una storia su una megaprigione nel Salvador, dove dei venezuelani erano finiti, affermando che mancava del giornalismo, dei dati, ma la giornalista che ha realizzato questa storia ha accusato che dietro c'è una ragione politica per non indispettire il Presidente. E lo vediamo quando, per esempio, mesi fa, l'Associated Press gli hanno negato l'ingresso allo studio Ovale perché si era rifiutato di chiamare il Golfo del Messico Golfo d'America, nonostante a livello internazionale sia Golfo del Messico. Quindi c'è questa paura, timore che possa arrivare Trump e scommetterti dalla Casa Bianca, farti una causa come quella che ha fatto adesso da un miliardo di dollari alla BBC, in quel caso possiamo anche dire, giustamente, forse perché la BBC lì aveva manipolato un video, ma in altri casi non ci sono neanche le basi legali, gli sono stati dati soldi giusto per farlo contento. Quindi ecco, c'è paura, timore, poi arriva martedì scorso Vanity Fair, che è un giornale di moda, che fa un'intervista a Susie Wiles, la capo del gabinetto, e un giornale di moda fa molto più giornalismo del New York Times, pubblicando queste foto, questi scoop, queste interviste a lei con Trump, che è definito un ubriaco, JD Vance un complottaro e Marco Rubio, il segretario di Stato, un uomo che si è adeguato politicamente ai maga. Ti ringraziamo Jacopo per la tua franchezza, ma ti faranno rientrare negli Stati Uniti dopo aver detto questo? Spero di sì, se poi non mi fanno rientrare vediamo, ma allo stesso tempo io ritengo che se fai il giornalista non puoi avere tutta questa paura, se no è meglio che vai a fare pubbliche relazioni, guadagni sicuramente di più e ci guadagni anche in salute. Poi bisogna essere realisti, ovviamente uno può criticare Trump, come può anche raccontare i fatti in maniera oggettiva, e è quello il giornalismo. Se poi uno diventa troppo di una parte o dall'altra, come veniamo magari qui in Italia a volte su alcuni temi, ecco che la cosa dopo perde un po' il suo valore. Senti, fra l'altro tu sei testimone di un pezzo importante della storia americana, il 6 gennaio quando fu invaso il Campidoglio, un vero e proprio colpo di Stato, tentato, e tu eri lì. Ci puoi raccontare qualche dettaglio? Sì, senza problemi. Allora prima di tutto facciamo la premessa che meno male che la maggior parte di quelle persone erano degli scappati di casa, perché se ci fosse stato un individuo, qualcuno con la testa criminale o terroristica in grado di far saltare il Campidoglio saremmo tutti morti e non staremo qui a raccontare la storia. Quindi fortuna che era più una gita scolastica per questi trampisti e allora meno male. Premesso questo io arrivo lì la mattina del 6 gennaio 2021 per seguire la certificazione da dentro uno dei edifici del congresso, il Cannon Building, dove sono i legislatori della Camera, e vedo che c'era poca sicurezza, poca polizia, non c'erano barricate. Quell'anno nel 2020 per Black Lives Matter le proteste avevano messo i carri armati a proteggere gli edifici e lì non c'era niente. Ma va detto che c'è stata anche una sottostima del pericolo, perché nelle proteste di settimane prima i trampisti avevano fatto tanto baccano ma tanto fumo e poco arrosto. E alla fine questi si presentano in massa e riescono a sfondare dentro il Campidoglio. Io all'inizio ero dentro con i congressisti che scappavano perché questi veramente andavano a caccia dei legislatori. Poi metto il cappotto e dico non posso rimanere dentro, nonostante ci fosse un lockdown esco e mi ritrovo in mezzo a questi maga. Che però tu sei americano? No, no, italiano. Ah ok allora va bene. E quindi l'essere italiano. Poi dicevo per chi lavori? Voice of America. Ah, Voice of America, Trump, va bene. Io sì sì, in quel momento andava bene tutto. Non sono entrato dentro il Campidoglio con loro perché comunque si era illegale e alcuni colleghi miei che l'hanno fatto. Poi l'FBI è andato a casa loro a fargli due domande quindi diciamo non era l'ideale. Però comunque si è stato un giorno pauroso soprattutto quando poi rientro dentro il Campidoglio la sera e non mi dimenticherò mai questa manata insanguinata su una statua che sembrava film horror con tutto distrutto, devastato. E addirittura c'era un paio di bombe che hanno trovato lì piazzate vicino il congresso e un paio di settimane fa hanno finalmente trovato il bombarolo. E quindi un giorno storico e anche l'arrivo della Polizia e della Guardia Nazionale tre quattro ore dopo la sera la città sembrava nei film apocalittici, strade vuote, polizia. Mentre quel pomeriggio per un paio d'ore era morta la democrazia. Più in generale Jacopo, come sta l'America attualmente? In due parole e questo lo potrei chiedere al fermo ambasador, dopo ne parleremo. Possiamo dire che è un paese che sta male, ma ha anche la possibilità, come ha dimostrato in passato, di recuperare. Non direi che è un malato terminale senza speranza, però sicuramente è anche un paese che ha perso un po' quei valori che magari negli anni 90 non avrebbero mai visto un presidente come Trump. Mi spiego meglio, forse un Trump sì, ma non un Trump che ha provato a bloccare le elezioni e ingerenza, bloccare il risultato elettorale. Va detto che oggi gli americani preferiscono, ok sì lui mi abbasserà il prezzo delle uova, mi abbasserà le tasse, va bene se è un po' folcloristico e comunque sia non proprio democratico. Gli americani sono molto pragmatici rispetto magari agli europei e quindi hanno messo da parte un po' i valori della democrazia per dare spazio ai valori reali del come pago la spesa stasera. Parlavamo di fermo ambasador perché tu hai avuto questa genialata di riunire tutti coloro. Non li ho riuniti io, è stato un mio amico Valerio Ficcadenti che vive a Londra, grandissimo, ma sono rimasto molto sorpreso dal Comune che finalmente dopo anni ha abbracciato questo progetto e che unisce un po' tutti noi scappati di casa, tra Londra, chi è a Tokyo, chi è in Cina, chi è in Africa, chi è negli Stati Uniti o in Sud America e ha riunito tutte queste persone in un'associazione patrocinata dal Comune di Fermo. Siete grandi risorse, questo bisognerebbe far capire in tutte le sedi. Io lo dico sempre, se ci fosse la possibilità tornerei e probabilmente tornerò anche senza possibilità perché sono dieci anni che vivo negli Stati Uniti, sedici che vivo lontano da casa e comunque sia lo vedo ogni volta che torno. Quando torno a casa sto bene, poi un conto quando hai vent'anni, un conto quando ne hai trentasette, magari mi faccio un altro annetto in America e poi torno. Come la vedi l'Italia da lontano? Io direi in particolare le Marche, dimmi prima l'Italia e poi parliamo delle Marche della nostra regione. L'Italia a volte, lo raccontavo a mia moglie che è messicana o anche ai miei amici, vedo che si parla di alcuni problemi che sono talmente piccoli e roba veramente la famiglia quella del Bosco, cioè questi problemi nazionali, polemiche nazionali che da fuori uno pensa, se gli italiani veramente parlano di queste cose vuol dire che non hanno dei veri problemi o se hanno dei veri problemi non li vogliono toccare. Anche le proteste giustissime su Gaza, giustissime, ma poi quando magari i salari che non crescono da vent'anni quasi nessuno tocca il tema. Io da fuori dico possiamo fare la protesta per Gaza ma facciamo anche la protesta per dei problemi un po' più pragmatici per gli italiani. Entrambe le cose, invece vedi magari la gente che due milioni per la Palestina, giustamente, poi per quanto si tratta del futuro dei giovani, vabbè la prossima e questo è un po' l'Italia. Per quanto riguarda invece le Marche è una regione che sta crescendo in sombra di dubbio, è anche una regione che ha molto talento, la gente ha voglia di fare, rimane sempre un po' una regione chiusa, per esempio a livello del turismo rispetto a altre realtà. Però del potenziale, io mi sono sposato a fermo nel 2023 e c'erano una settantina di stranieri, Messico, Stati Uniti, India, non c'è una persona che mi ha detto che brutto posto, tutti vorrebbero trasferirsi nelle Marche. Le cose secondo te da lontano si può migliorare o comunque a livello anche d'immagine di farlo? A livello d'immagine io lo dico sempre, noi siamo come la Toscana ma senza pubblicità, perché non è che ci manca la tradizione culinaria, culturale. Da qui Recanati, fino a Ancona, fermo ad Ascoli, all'entroterra, di potenziale ce n'è. E va detto che forse non lo valorizziamo troppo, a livello anche c'è un problema di trasporti, perché io faccio sempre questa battuta che per andare a Roma ci metto quattro ore e mezza di pullman e poi sono otto ore di volo e tra un po' ci metto di più arrivare a Roma in pullman che a volare. Quindi se si riuscisse veramente a migliorare la comunicazione, quindi promuovere il brand market, ma allo stesso tempo far arrivare i turisti in maniera più semplice, treni, pullman, autostradi, quello che volete, sicuramente il potenziale c'è da qui a vent'anni. O in macchie giorni all'estero posso dare un grande contributo a questo cambiamento epocale. Assolutamente, ma soprattutto la forza di chi è stato fuori e che vede le cose fuori e poi torna e può dire facciamo questo. Per esempio gli americani, ricordiamo, non hanno una grande storia. L'anno prossimo compiono 250 anni, se no i 250 anni l'Italia li fa girando l'angolo. Però come promuovono loro le cose? Il nulla, sono dei campioni. Di promuovere, c'è qui una pietra, ci facciamo un lunapark attorno. Noi qui abbiamo delle ricchezze, delle bellezze, delle risorse e non le valorizziamo. Quindi se c'è per esempio io in America, vedo questo e dico cavolo vorrei tornare a fermo e fare quello che fanno loro, lo facciamo a fermo e viene cento volte meglio. Perché noi abbiamo la base, loro non ce l'hanno, però la loro capacità comunicativa, magari spinta anche dal capitalismo, dal turbo capitalismo, quindi la voglia di fare money, soldi, e qui noi veramente abbiamo un potenziale inespresso altissimo. Senti Jacopo, per chiudere mi devi togliere una grossa curiosità. Tu hai vinto un capitolemi award, un premio importante in America, pur essendo così giovanissimo, vuoi dire la tua età? 37, non troppo giovane ma per gli standard italiani del giornalismo sono un giovincello. Giovane, hai vinto questo prestigioso premio con una storia di cicale al cioccolato, di che parliamo? Questi sono gli Emmy Awards, come quelli che vediamo a Los Angeles, però sono per la capitale, quindi è uno dei mercati più grandi degli Stati Uniti. E paradossalmente io tutti i giorni racconto congresso, dipartimento, guerre, uragani, poi arriva questa invasione di cicale a Washington, che arrivano ogni 17 anni, e una signora del Maryland decide di iniziare a catturare queste cicale, cuocerle e trasformarle in dolci. Io vado a fare una storia così perché ogni tanto è giusto per fare qualcosa di leggero, e paradossalmente candidando questa storia, che non gli avrei dato dieci centesimi, nel 2022 ho vinto questo premio, quindi la statuina a casa, come quella degli Emmy. E che da l'idea di cosa sia il giornalismo, no? Possiamo dire che il giornalismo può essere cose serie, ma può anche essere cose meno serie. Ovviamente il giornalismo non è sempre politica, guerra, economia, servono queste cose, però fa anche capire dove sta andando un po', lo vediamo con i social, dove magari un contenuto virale dei cani che abbagliano fa milioni di views, mentre una storia di Limes sull'analisi geopolitica non la guarda manco la madre del giornalista. Quindi è un po' anche, va detto, questa perdita di valori che i social sicuramente hanno ampliato. Però in quel caso io ho detto, facciamo, vediamo, e sicuramente è stata una cosa carina, però non è che la rifarei, perché non è che voglio vincere premi solo con le cicale. Jacopo, allora Radio Radici, Migrastorie e il Museo MEMA, il Museo delle Migrazioni, dal quale trasmettiamo e ti ringraziano moltissimo della tua professionalità, della tua gentilezza e soprattutto ti aspettiamo per nuovi podcast. Assolutamente, quando volete. È arrivata anche Francesca qui. Ecco, ringraziamo Francesca che rappresenta Italia Marche, soprattutto per il grande contributo che sta dando anche alla radio, segnalando eccellenze italiane e talenti come sei tu. Questo va dato merito a Francesca. Ti ringraziamo e ti aspettiamo per la prossima volta Jacopo. Va bene Giovanni, sempre un piacere. Grazie, grazie mille.
Ospite

Iacopo Luzi

Giornalista marchigiano originario di Fermo, è corrispondente dalla Casa Bianca per Sky TG24, La Stampa e ADNKronos. Dopo otto anni a Voice of America — chiusa da Trump nel 2025 — copre politica americana, Congresso e Casa Bianca in italiano, inglese e spagnolo. Laureato alla Medill School of Journalism della Northwestern University, ha vinto un Emmy Award regionale per un reportage da Washington.

Tag

  • intervista
  • Emigrazione
  • radio-22
  • Diaspora
  • Expats
Newsletter

Resta aggiornato su Radio 22.

Ti scriviamo a ogni nuovo episodio.