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Con piacere, ospitiamo di nuovo Paolo Massini, Presidente della Fondazione del Museo Nazionale dell'Emigrazione di Genova, il Museo Nazionale. L'abbiamo già intervistato in un podcast di un paio di mesi fa, ma gli argomenti sono sempre nuovi. L'altra volta parlavamo in linea generale, questa volta possiamo parlare di un anniversario molto importante, quello dei 70 anni dell'accordo sul lavoro tra Italia e Germania. Mi sembra Paolo sia stato il 20 di dicembre del 55, 70 anni. Di cosa trattava? Perché si accordarono i due paesi? Intanto grazie a voi e complimenti per il lavoro che fate sui temi dell'emigrazione in maniera compassione e professionalmente. Il 20 dicembre del 55, dopo una serie di incontri preparatori, la Repubblica federale tedesca, era ancora divisa la Germania e la Repubblica italiana decidono di firmare un patto molto importante che poi ha rappresentato un po' un crocevia nella storia dell'emigrazione italiana. Firmano di fatto un patto sul lavoro, la Germania post bellica cercava mano d'opera, l'Italia aveva la possibilità di mandare persone e personale a lavorare nelle grandi fabbriche tedesche e pertanto si firma questo accordo. Significa che subito nel 50, per dare un po' di numeri, per dare un'idea di quanto ha impattato questa firma e questo accordo. Nel 50 20 mila italiani vanno a lavorare là, ma pertanto prima del patto, dopo il patto nel 60 appena 5 anni dopo il patto diventano 200 mila e 15 anni dopo nel 70 diventano più di 500 mila. Pertanto numeri importanti che vanno a lavorare appunto nelle grandi fabbriche, penso alla Volkswagen, alla Mercedes, al Wolfsburg, a Monaco, in molte parti della Germania. Pertanto dalle zone anche rurali, dalle zone lontane, anche del profondo sud, tantissimi italiani prendono il treno e vanno in Germania. La cosa particolare di quella vicenda è che per loro erano lavoratori in prestito, come venivano chiamati, lavoratori temporanei e invece di fatto come io amo ripetere forse lì è nata un po' l'Europa perché qualcuno dice che cercavano braccia e sono arrivati uomini, invece appunto sono arrivate famiglie, uomini, donne, famiglie che poi di fatto hanno reso grande la grande Germania, hanno contribuito a rendere grande e far diventare grande la Germania. All'inizio non ci trattavano bene, vero Paolo? Ma assolutamente no! Avevano questi cartelli, quello famoso era qui cani italiani non sono ammessi. Bravissimo, infatti noi lavoriamo molto su questo aspetto del razzismo nei confronti degli italiani, sia nella Germania che in America e in altri luoghi per far capire anche, ahimè a volte che la storia è ciclica, noi anche siamo stati emigranti, noi anche siamo stati trattati con il razzismo, pertanto magari evitiamo di ripetere la storia e non siamo razzisti noi per primi. Pertanto tutti questi italiani vanno là e poi si inseriscono, si inseriscono in maniera totale, noi di recente abbiamo contribuito a realizzare un docufilm che si chiama Il sogno italiano, che è un film di Fausto Caviglia di Orisa Produzioni che abbiamo presentato in anteprima italiana a Verona e a Verona perché a Verona c'era il centro di smistamento degli italiani, lì c'erano le visite, lì venivano catalogati per andare poi in Germania, pertanto insieme al sindaco Damiano Tommasi e a esperti del settore e soprattutto con degli studenti perché quello che era all'epoca è quello che era all'epoca il centro di smistamento, adesso c'è un liceo, un liceo artistico, i ragazzi hanno fatto un lavoro bellissimo, un docufilm che sta sui nostri canali Youtube e che si può vedere perché sono andati appunto a Monaco che è appunto città gemellata con Verona a fare le interviste con un lavoro magnifico, come è magnifico il lavoro di Sogno Italiano che adesso girerà nelle sale e farà un tour nelle regioni italiane e proprio nel docufilm ci sono delle cose particolari, per esempio un emigrante del profondo sud che raccontava che in Italia veniva pagato a chili di fave quando lavorava nei campi, invece va lì, acquista una sua dignità, una sua autonomia, acquista lavoro, lì si fa famiglia e gli italiani ormai alla terza generazione sono talmente integrati che uno degli intervistati è un sindaco appunto di questa città tedesca col nome completamente italiano, figli di italiani, pertanto ha conferma che le emigrazioni non ci devono far paura, a meno che non nascondano cose delinquenziali o altro, ma di per loro le emigrazioni portano contaminazione positiva e il caso della Germania è un caso importante, molto! Hai sempre detto Paolo che l'emigrazione è la più grande narrazione, quindi siamo tutti d'accordo e tutti convinti, ma perché allora poche persone anche in quest'occasione parlano di questo sacrificio enorme da un punto di vista familiare, sociale, di questi gastarbeiter di una volta? Perché se ne parla così poco oggi? Purtroppo in genere se ne parla poco, appunto lo sforzo che noi come Museo Nazionale, ma anche voi in quello splendido scrigno di Reganati state facendo, perché bisogna parlarne soprattutto agli studenti e alle scuole, perché questa fa parte della storia italiana e non va dimenticata. Quando abbiamo dato in anteprima appunto il film a Verona e c'erano tantissime persone che erano andate in Germania e poi erano ritornate, perché anche da quella regione partivano in tanti, e si sentiva s'inghiozzare durante il film e accese le luci dopo l'approvviazione avevano le lacrime agli occhi. Lì parliamo di sudore, di lacrime, di sacrifici, ma pensiamo davvero agli episodi di razzismo anche nei confronti, lì nel film lo diciamo, nei confronti dei figli degli italiani che andavano a scuola, di come venivano ghettizzati. Pertanto per loro, adesso appunto, ripeto, uno di loro, addirittura un nostro connazionale è diventato origine italiana, è diventato sindaco, pertanto ormai l'integrazione è stata totale, però per arrivarci è stata una grande fatica e quella è una lezione che non dobbiamo mai dimenticare, perché noi lavorando su questi temi, come appunto il vostro museo, insomma ne troviamo di storie che sono drammaticamente simili a quelle che vediamo rispetto agli immigrati che vengono nel nostro paese, pertanto davvero dobbiamo usare tutta quella lezione storica per non ripetere gli stessi errori. Però oggi succede, se mi consenti Paolo, la stessa cosa, una volta erano i casterbiter, oggi i lavoratori che inviavamo per rendere grande la Germania e ricostruirla, oggi c'è una fuga dei cervelli, quindi più o meno si riproduce, si ritorna a rivivere le stesse cose, su un altro piano. Sono meno mani callose di operai e magari più teste di nostri studenti, io mi ostino a chiamarli cervelli in rete, più cervelli in fuga, perché anzi con dei progetti anche con l'università tentiamo di metterli insieme anche all'estero, li formiamo prima di partire e poi di tenerli collegati anche dall'estero, però quello è un tema finché l'Italia non riesce a attuare politiche valide, sia sul lavoro che sul merito, io credo che uno dei punti sia la meritocrazia, un ragazzo che vale e si vede magari scavalcato da altri meccanismi tristi e squallidi, voglio dire non si può neanche fargli una colpa se decide di partire e andare all'estero, io dico che è bene, io stesso ho una figlia che è andata all'estero per un periodo, è bene che si vada perché fa bene, ma poi magari ritornare qui e contribuire al progresso del paese sarebbe utile, ma sperando che anche questo paese diventi un po' più maturo di quello che poi a volte appare.